Il cantautore forlivese Claudio Chieffo sintetizza nel ritornello della canzone Quando uno ha il cuore buono i tre tratti distintivi dell’uomo che ha fatto un incontro autentico con Cristo, il quale ha comportato una trasformazione radicale e integrale della sua vita e della sua persona:
Quando uno ha il cuore buono
non ha più paura di niente,
è felice d’ogni cosa,
vuole amare solamente.
Non ha più paura di niente
Non aver paura di niente è la conseguenza della fede, in quanto se l’affidamento a Dio è totale, nessuna preoccupazione umana ha diritto di cittadinanza nel cuore di chi confida in Lui; infatti, riecheggia per ben 365 volte nella Bibbia (una per ciascuno dei giorni dell’anno) l’esortazione: «Non temere».
Ordinariamente il contrario della paura è identificato con il coraggio, che viene definito dal vocabolario Treccani come la «forza d’animo nel sopportare con serenità e rassegnazione dolori fisici o morali, nell’affrontare con decisione un pericolo, nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio» ed è significativo che l’etimologia del coraggio richiami direttamente al cuore.
Quest’assenza di paura, però, può essere rintracciata anche nella pace, intesa non nel significato storico-politico, ma nell’accezione spirituale: il turbamento d’animo è scaturito dal maligno, mentre Dio dona la vera pace all’uomo che gliela domanda.
È felice d’ogni cosa
La felicità d’ogni cosa è la pienezza della felicità, la quale potrebbe essere meglio espressa con il termine beatitudine, non a caso il vocabolario Treccani definisce quest’ultima come lo «stato di piena, perfetta e costante felicità».
Interessante è la stadiazione che delinea Don Luigi Giussani, identificando la felicità come «il compimento totale e permanente dei desideri costitutivi, delle esigenze della propria umanità», mentre la gioia «come un anticipo breve e parziale di felicità» e la letizia come «uno stato d’animo, tendenzialmente permanente, generato dalla speranza della felicità»; inoltre, è importante evidenziare come etimologicamente tanto la felicità quando la letizia siano legate alla fecondità.
Sempre Giussani mette in collegamento pace e felicità affermando che «la pace è il bene del cammino, così come la felicità è il bene della dimora ultima, del destino», mentre San Giovanni Bosco identifica l’allegria come il primo ingrediente della santità, suggerendo in merito di cacciare via «ciò che ti turba e ti toglie la pace» in quanto «non piace al Signore».
Vuole amare solamente
L’amore, inteso nell’accezione greca dell’ἀγάπη (agàpe, reso in latino come caritas), compendia magistralmente tutto l’insegnamento cristiano e consiste nel dono disinteressato di sé a Dio e al prossimo, desiderando che si compia l’autentico bene dell’altro.
Nella quotidianità questo amore si incarna in gesti d’amore verso le persone che incontriamo durante la giornata e con le quali abbiamo la grazia di condividere l’esistenza, ma idealmente questo amore si estende verso l’intera umanità, dal momento che ogni creatura umana è un dono per noi e siamo chiamati a donarci a lei nelle forme in cui ci è possibile.
Amare “solamente” significa che l’amore è la priorità dell’esistenza umana e San Benedetto da Norcia, con la sua espressione Nihil amori Christi praeponere, cioè «Nulla anteporre all’amore di Cristo», ci suggerisce che per primo occorre amare Dio e solo così è possibile amare autenticamente ciascun essere umano.
